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Malgrado uno splendido sole estivo, Napoli si destò, il 27 luglio 1789, sotto una “cappa di piombo”. Le prime sconvolgenti notizie sui moti parigini erano, infatti, pervenute all’attonita corte borbonica che, investita all’improvviso da un lontano evento, era ben consapevole delle inevitabili ripercussioni sul futuro assetto europeo. La possibilità di un imminente coinvolgimento del Regno delle Due Sicilie nel “disegno” rivoluzionario suscitò un vero e proprio senso di panico nel governo. Estirpare alla radice l’innesto delle nuove ideologie eversive, onde evitare il loro attecchimento all’interno della Nazione, divenne il principale obiettivo dell’autorità inquirente. Il nemico da abbattere venne, ben presto, individuato nella massoneria, i cui membri erano, da sempre, aperti alle nuove istanze riformatrici del ‘700. Il real editto del 3 novembre 1789 contro i liberi muratori fu la naturale conclusione di una campagna denigratoria orchestrata da una magistratura e da una polizia asservite al potere centrale, sobillate, tra l’altro, da un clero assetato di rivincita, dopo anni di politica anticuriale. Malgrado il generale risentimento per un provvedimento ingiusto, le logge regolari, in gran parte fedeli alla corona, furono immediatamente “demolite” dai rispettivi Gran Maestri. Anche le altre logge, le cosiddette spurie, rispettarono le sovrane disposizioni. L’ordinanza di Ferdinando IV innestò, però, due gravi ed irreversibili processi